-1Il
lavoro oggi: quel poco che c’è e quel tanto che manca.
Si
discute e si parla molto in questo periodo dei problemi legati al
mondo del lavoro; lo si fa a ragion veduta e qualche volta si ha
l’impressione che si perda di vista davvero questa emergenza. Mai
come in questi ultimi anni il tema del lavoro è diventato un
problema ed una emergenza sociale che investe tutti i settori
produttivi e tutte le età anagrafiche.
A
livello nazionale tra governo e parti sociali si sta tentando di dare
risposta a tale argomento, affrontandolo con l’augurio che si
riesca a trovare una soluzione condivisa da tutti; cioè senza
vincitori e vinti ma con la consapevolezza che non si può e non si
deve giocare sulla pelle di quelli più disagiati.
La
nostra provincia e la zona della Bassa Bresciana non è immune da
questa piaga e da questa emergenza; sempre di più i giovani (maschi
e femmine) non riescono a trovare una collocazione nel mondo del
lavoro e ciò riguarda sia coloro che hanno un titolo di studio, sia
quelli che da tempo sono alla ricerca di una collocazione.
Nella
“nostra” Bassa Bresciana sono scomparsi interi settori e tante
aziende significative: non esiste più il settore tessile, è
scomparso quello dell’abbigliamento, la calzetteria (Quinzano,
Borgo San Giacomo, ecc stanno segnando il passo), ecc. Aziende
storiche come la ex Fren-do (solo per citare l’ultima) hanno chiuso
i battenti e spesso questi settori e queste aziende occupavano
manodopera femminile; cioè a torto o a ragione era il secondo
stipendio che entrava in una famiglia!
Non
solo: il mondo dell’edilizia, che era spesso un impegno e un
ripiego anche per molti giovani, sta attraversando una delle crisi
più dure degli ultimi vent’anni. I famosi “pendolari” delle
cinque del mattino che si recavano con i loro pulmini a Milano o
altrove provenienti dai vari comuni quali Castrezzato, Castelcovati,
Comezzano-Cizzago, Roccafranca, Rudiano, Trenzano, Chiari, ecc oggi
sono fermi e non solo perché nel frattempo sono nate “società”
magari di persone non italiane che stanno lavorando a prezzi ridotti
rispetto a ciò che il mercato prima era disposto a pagare!
Non
si era mai vista una cosa simile e non si vedono segnali di ripresa,
anzi, basta frequentare il nostro ufficio di collocamento di
Orzinuovi per rendersi conto dell’entità di questo fenomeno; credo
di non sbagliare se affermo che presso questo ufficio di collocamento
sono iscritte in cerca di lavoro tra le sette e le ottomila persone
delle quali credo che almeno duemila provengano dall’edilizia!
Qualche
piccolo sbocco spesso con rapporti di lavoro precari è dato dalla
nascita e dallo svilupparsi di centri commerciali e supermercati. Mi
è capitato di assistere ad una selezione per 40 posti di lavoro e
vedere presentarsi 700 persone. Gente (specialmente ragazze giovani
diplomate e laureate) disposte a lavorare sette giorni alla settimana
per 1.000-1.100 € al mese e a volte in condizioni di precariato: o
a tempo determinato, o con agenzie di lavoro interinale… e a volte
anche tramite pseudo cooperative; cioè senza nessuna certezza per
mettere su in futuro famiglia, per chiedere un mutuo, per pensare con
serenità al futuro.
Bisognerebbe
anche dire che la cosa che più spiace è che queste persone
rischiano anche di sentirsi privilegiate, pur sentendosi dire spesso:
se ti va bene è così oppure sappi che ce ne sono molte altre che
aspettano… e stai attenta a non fare nel frattempo dei figli!?
Cioè, manca lavoro e quel poco che c’è riduce la tua dignità di
persona.
E
poi perché non dirci che c’è un altro aspetto che deve essere
affrontato: giustamente facciamo studiare i nostri figli (spesso con
sacrifici), ma dopo il diploma quale sbocco hanno? Dove si va dopo il
liceo e a volte anche dopo l’università? In qualche studio a fare
praticantato fino a trent’anni, prendendo magari un rimborso di
300/400/500 € al mese?
Quando
non si hanno certezze di un lavoro il giovane a volte diventa “un
facile richiamo” di quella parte di società dove trionfano i vizi,
la disgregazione familiare, le compagnie facili, ecc. Non voglio
banalizzare, ci sono anche molti esempi di grande slancio verso il
mondo del volontariato e dell’impegno sociale. E noi continuiamo a
sentire le parole rivolte al precariato e all’art.18; certo, sono
problemi reali e sappiamo che ad esempio l’art.18 tende a difendere
diritti acquisiti e conquistati nel tempo, ma so altrettanto bene che
ha almeno pari valore il licenziamento discriminatorio con un altro
articolo che non è scritto, che non ha un numero (salvo nella
Costituzione Italiana), cioè il diritto al lavoro.
Bisogna
cioè, a mio avviso, ragionare di più sul lavoro che manca piuttosto
che sulla tutela di coloro che già ce l’hanno. Non voglio
certamente banalizzare e so che dobbiamo continuare a tutelare questi
diritti acquisiti, ma so altrettanto bene cosa significa avere un
figlio o una figlia di 20-22...28 anni a casa in cerca di un lavoro!
Così come non va dimenticato che oggi la piaga sociale della
disoccupazione tocca purtroppo anche padri e madri di famiglia,
sicchè lo spaccato di questa società rischia di essere questo: a
20 anni non trovi un lavoro e a 40-45 lo perdi perché le aziende
vanno in crisi e licenziano. Quale società ci si presenterà nei
prossimi anni se queste sono le premesse? E’ un interrogativo che
ci dobbiamo porre tutti, lasciando perdere le nostre appartenenze
politiche, partitiche, gli egoismi, la demagogia, le facili risposte!
Necessita invece che tutti ci si senta imegnati con coraggio e con
decisione su alcune scelte e sostenerle ognuno per ciò che conta a
tutti i livelli politici, amministrativi, istituzionali.
Rilanciare
gli istituti professionali e tecnici che sempre di più dovranno
essere collegati strettamente al mondo del lavoro, dove cioè si ha
più possibilità alla fine della scuola di trovare un posto; forse
continuare a sfornare migliaia di maestri e di ragionieri crea delle
aspettative di lavoro che poi non si concretizzano.
Incentivare
quelle aziende che assumono a tempo indeterminato i giovani,
concedendo loro degli sgravi contributivi; altro che assunzioni,
come succede spesso, della durata di una settimana, di un mese e
poi… incertezza!
Rivedere
la legge sull’apprendistato, che deve servire tramite la
formazione (che spesso non si fa) ad avere una collocazione
lavorativa certa.
Agevolare
quelle aziende che assumono operaie ed operai ultra
quaranta/cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro (non
dimentichiamo che spesso sono padri e madri di famiglia).
Rilanciare
tramite una legge il part-time, anche nelle aziende, in modo
particolare per le donne che possono combinare così la famiglia,
gli affetti con il lavoro, o giovani che possono allo stesso modo
studiare e lavorare.
Siamo
il Paese europeo dove la percentuale di part-time è tra le più
basse, e spesso esiste solo nei supermercati (magari perché così
facendo si produce di più e si sbaglia di meno).
Bisogna
cioè rimettere al centro il diritto al lavoro e creare le
condizioni perché questo ci sia: non cresce una società dove
esistono solo precariato, evasione fiscale e contributiva, facili
guadagni, illeciti… che portano solo alla disgregazione dei giovani
e della società.
Sono
queste alcune considerazioni e proposte che mi auguro vengano
affrontate e risolte a livello nazionale; da parte nostra dobbiamo
avere un maggior rapporto tra amministrazioni comunali e attività
produttive. A livello di zona dovremmo osare un po’ di più: è
giusto pensare alle strade, alle scuole, alle palestre, al problema
degli anziani, ecc ma se fossimo in grado di consorziare tra i vari
comuni un po’ di più anche l’aspetto lavoro forse riusciremmo a
dare delle risposte che devono essere sempre di più intercomunali.
Ricercare ad esempio aree sovracomunali che possano essere appetibili
per insediamenti industriali, dando la possibilità di ottenere
queste aree a basso costo avendo però come contropartita l’impegno
da parte di queste aziende a rimanere poi sul territorio evitando che
dopo alcuni anni se ne vadano dopo aver fatto solo il proprio
interesse o affare.
Poniamoci
almeno il problema, perché Manerbio, Verolanuova, Chiari, Ghedi,
Pontevico, ecc si sono sviluppati anche industrialmente (pur avendo
avuto anche loro grandi crisi aziendali). Possiamo pensare anche noi
di mettere in atto una sinergia per questi comuni della Bassa
Bresciana che coinvolga enti comunali, industrie, istituti di
credito, ecc affinchè oltre ai centri commerciali, che pure ci
vogliono, si creino però iniziative industriali in grado di dare
risposta a quei tanti giovani, uomini e donne che oggi pagano la
piaga della disoccupazione.
Rimettiamo
cioè al centro del nostro essere e del nostro fare questa tematica e
facciamo sì che la politica a tutti i livelli si interessi e dia
risposte decise e concrete.
Così
facendo forse non avremmo fatto altro che il nostro dovere di persone
impegnate; se non sapremo dare una risposta certa a questa domanda
tutto perderà significato. Una società civile che si dica tale ha
almeno un dovere nei confronti dei propri figli: dare loro diritto
e dignità sociale con il lavoro.
Il
lavoro: quel poco che c’è e quel tanto che oggi manca a tutti.
Giovanni
Ferrari
(uno
che si pone delle domande e cerca di dare delle risposte)